EZZELINO DA ROMANO, L’INDOMITO TIRANNO

Di lui fu tramandata un’immagine feroce dai suoi nemici. Ezzelino da Romano fu invece un personaggio di grandi virtù, se non altro dotato di straordinario coraggio in guerra e una fedeltà rara fra i machiavellici maneggi politici d’ogni tempo. Il suo sogno era di costruire un solido feudo imperiale nella Marca Trevigiana. Ma fu travolto dalla fine del progetto – più vasto e che lo comprendeva – di Federico II  Hohenstaufen.   Al loro posto l’ Italia guadagnò la libertà assoluta per i suoi litigiosi comuni. E assieme ad essa il frutto avvelenato delle divisioni regionali e dei campanilismi…

untitledAgli inizi del Duecento un nobile e giovane condottiero, Ezzelino III da Romano, abbandonò la Lega Lombarda per le delusioni subite e si schierò con l’imperatore Federico II di Svevia. Il suo nome è passato alla storia per essere stato il più attivo e ardente ghibellino dell’Italia settentrionale. Valoroso e audace, abile nello sfruttare per sé le necessità della politica imperiale, Ezzelino fu certo spietato nella sua volontà di dominio, capace di feroci crudeltà come reazione ai pericoli continui che lo circondavano, anche se leggendarie sono molte nefandezze attribuitegli: tanto che un monaco padovano – suo acerrimo nemico – raccontò che morto lui e suo fratello Alberico (trovatore di talento oltre che capitano d’armi) tacquero gli strumenti musicali e le poesie d’amore. Non fu il solo. Molto tempo dopo – siamo nel 1860 – lo studioso tedesco Jakob Burckhardt, nella celebre opera «Cività del rinascimento in italia», affermò che Ezzelino III da Romano e Federico II rimasero per l’Italia le due più grandi figure politiche del XIII secolo.

Ma partiamo dall’inizio. Il nobile rampollo era nato a Romano d’ Ezzelino il 25 aprile 1194 da Ezzelino II e Adeleida dei conti Alberti di Mangona. La famiglia degli Ezzellini,, venuta dalla Germania e insediatasi già nel 1076 nella Marca Veronese, era tra le più note in seno all’Impero e fra le più potenti dell’Italia del Nord. Sin dall’infanzia – come racconta il cronista Rolandino da Padova suo contemporaneo – Ezzelino III dimostrò la sua vocazione al mestiere delle armi costruendo rudimentali macchine lanciapietre per azionarle contro immaginarie rocche nemiche. Era inoltre resistentissimo ad ogni fatica, capace di affrontare impavido qualsiasi pericolo, dotato din uno spirito di dissimulazione e di pazienza straordinari per la sua età, freddo ed insensibile ad ogni spettacolo di pietà, intollerante ad ogni freno e di ogni consiglio. Fatto sta che per lui venne il momento di scendere in campo: nel 1213 – a meno di vent’anni – durante l’assedio posto dai padovani al castello d’Este, combatté a fianco del padre alla teste delle milizie giunte da Bassano e da Pordenone. Pochi anni dopo, nel 1218, fu ancora una volta accanto al padre a giurare,  a nome della famiglia, l’accoglimento dell’arbitrato imposto dal monaco Giordano Forzaté. Due anni più tardi, Ezzelino fu solo a guidare le milizie di fanti e cavalieri e a portarle vittoria certa, quando si trattò di punire i vicentini per aver cacciato dalla città i sostenitori della sua famiglia. Combatté, come ricorda il cronista coevo, «stridendo i denti e ruggendo come un leone», dimostran­do che ormai con o senza il padre, Ez­zelino era in grado di operare a pieno titolo come condottiero.

Immagine_2

La decisione di lasciarlo combattere alla testa delle sue milizie era stata pre­ sa dal suo anziano genitore che, stanco e malato, aveva preferito la vita mona­ stica. Dal canto suo Ezzelino II aveva preso congedo dalla famiglia con un testamento rogato il 5 luglio 1223, di­ videndo tutti i suoi beni e poteri. Ad Ez­ zelino III spetto la parte di San Zenone o trevigiana, con il Castello di Romano, e ad Alberico andarono invece la parte bassanese e vicentina. Di fronte ad una situazione come questa, che prevedeva una crisi della famiglia ed un fatale indebolimento, il primogenito Ezzelino III rispose prendendo le redini ed im­pugnando le armi. Per dieci anni cerco di consolidarsi a Treviso, tenendo come base il Bassanese, nella speranza di far crescere i suoi sostenitori a Padova e Verona, cosa che pensò di realizzare anche Alberico nei confronti di Vicenza. I risultati però non furono soddisfacenti. Nel 1235 i ghibellini fedeli agli Ezzellini vennero sconfitti da una coalizione di forze ostili e vennero banditi dalla stessa Treviso. Destino diverso quello di Alberico che invece riuscì a mantenere il controllo di Vicenza. Fu in questa periodo che si profilò la svolta, ovvero l’incontro decisivo con Federico II. L’ Im­peratore aveva bisogno di qualcuno che gli facesse da spalla per la sua politica nel Nord Italia e potesse garantirgli la fedeltà della Marca. Inizialmente que­sto qualcuno doveva essere la città stato di Venezia, ma al rifiuto della Serenissima venne il momento dei Da Romano, anche !oro assetati di potere nell’Italia settentrionale.

Immagine_3“Federico II aveva bisogno di forze fedeli in Italia per esser pronto al momento in cui la volontà di Dio e l’eredità di Roma l’avessero chiamato a completare il suo disegno imperiale”

Infatti, sin dal 1226, Ezzelino e Albe­rico avevano provato ad accostarsi alla Lega Lombarda con l’obiettivo di poter giocare un ruolo di condizionamento e di indirizzo sulle città lombarde e vene­ te. Ma i Comuni Iombardi non avevano nutrito verso i Da Romano alcun sentimento amichevole ed anzi avevano preferito l’appoggio degli Estensi e dei Sambonifacio. A questo punto Ezzeli­no III pensò di rivolgersi all’altro fronte, legandosi all’Imperatore, il quale, in quel momento, si muoveva per l’Italia con l’obiettivo espresso di ricondurre i Comuni all’obbedienza verso l’Impero. Tuttavia, per attuare questo piano Federico II aveva bisogno di forze fedeli anche sui territorio italiano, per garantirsi il controllo della situazione, allorché fosse giunto il momento – come egli immaginava – che la volontà di Dio e l’eredita imperiale di Roma l’avessero chiamato a completare il suo disegno. Certamente, vi erano Comuni di tradizioni ghibelline cui l’Imperatore avrebbe potuto appoggiarsi. Era questo il caso di Cremona e Parma, ma anche del Patriarcato di Aquileia. Ma Federico II era cosciente che di esse non poteva fidarsi fino in fondo: si trattava di città perennemente esposte a colpi di mano e pronte a passare da u no schieramento all’altro. II Patriarcato di Aquileia, oltre tutto, era debole e isolato, senza garanzie di sicurezza, r rappresentando un corpo separato rispetto al blocco delle città guelfe anti-imperiali. E qui che allora Federico si rese conto dell’importanza strategica della Marca Trevigiana. In questo contesto, allora, le numerose forze compatte, fedeli e di­ sciplinate di Ezzelino rappresentarono un bene inestimabile.

“Nel 1238 l’Imperatore diede in moglie al Da Romano sua figliaSelvaggia di Staufen.Ezzelino divenne capitano e capoparte ghibellino per tutti i paesi «trale alpi di Trento e il fiume oglio»”

Il 29 marzo 1232 ebbe luogo il primo incontro per sancire l’alleanza tra Federico II e i due fratelli, ufficializzato nel dicembre dello stesso anno dall’Imperatore che elogiò Ezzelino e Alberico, e li pose sotto la sua ala pro­tettrice. L’intesa riscosse un immediato successo non solo formale, tanto che nell’aprile 1232 Ezzelino impose a Verona un podestà fedele all’Impero, Guglielmo da Persico. Nel 1235 quando la città ‘si ribellò il giovane condottiero dei Da Romano riuscì con un atto di forza a riconquistarla. Da quel momento il fedelissimo di Federico II sembrò essere l’unico vero signore in grado di tenere in pugno le città del nord come Verona e il braccio destro che  l’Imperatore aveva sempre sognato di avere per mantenere il controllo dell’Italia settentrionale. Nell’ottobre del 1236 padovani, trevigiani e vicentini mossero contro Verona, ponendo l’assedio al castello di Rivalta. Immediata fu la reazione di Ezzelino che chiamò in soccorso l’ Imperatore. Federico II corse in suo aiuto provocando la fuga dei padovani e dei loro alleati. A questo punto l’Imperatore decise di recarsi a Vicenza dove le guardie del marchese d’Este gli chiusero le porte. Per tutta risposta le truppe di Federico assediarono la città, che fu poi saccheggiata ma non distrutta. Preso il controllo di Vicenza l’Imperatore lasciò a governare Ia città un suo capitano, ponendolo agli ordini diretti di Ezzelino, e a costui affidò il comando del presidio militare. Ma la campagna militare di Federico II nella Marca Trevigiana non era finita qui. Rimaneva ancora un conto aperto con Padova. E di fronte a que­ sta minaccia, nel febbraio del 1237 la citta veneta preferì giurare fedelta all’Imperatore. Una sottomissione che venne imitata dopo pochissimo anche da Treviso il 3 marzo 1237. E così il dominio di un’altra citta finiva nella mani dell’indomito ghibellino, consi­derato dall’Imperatore oramai un suo vicario. In effetti, sin da quando era iniziata l’intesa con Federico II era Ezzelino e non il fratello il vera protago­ nista della storia della Marca, a nome non della famiglia rna dell ‘Imperato­ e. cosa che lui stesso amava ripetere. I rapporti politici fra i due vennero ulteriormente rafforza ti quando, nel 1238, l’Imperatore diede in moglie a! Da Romano una sua figlia naturale, Selvaggia di Staufen (1225-1245) . Con questa matrimonio, di fatto Ez­zelino divenne capitano imperiale e capoparte ghibellino per tutti i paesi «tra le Alpi di Trento e il fiume Oglio».

“Quando nel 1250 Federico II morì, il fedelissimo Ezzelino affermò che egli era l’uomo dell’Impero, deciso a servirne la causa e gli eredi anche dopo il trapasso dell’Imperatore”

All’improvviso però gli eventi precipitarono. Il 1239 segna infatti l’inizio di una nuova fase di lotte tra Impero, da un lato, e Papato e Lega Lombarda, dall’altro. Ai primi dell’anno, mentre Federico si trovava a Padova, ospite di Ezzelino, la Lega si ricostituì, accogliendo tra le sue fila anche Venezia [che partecipò pur non essendo città imperiale ]  e Genova. L’Imperatore, dal canto suo, nel tentativo di riavvicinarsi alla Chiesa, staccandola dall’alleanza coi Comuni, fece tornare alcuni esuli padovani, per lo più religiosi. Ma nel1243, quando tutto sembrava volgere per il verso giusto, papa Innocenzo IV, da poco eletto al soglio pontificio, Iancia una solenne scomunica contro lo Stupor Mundi – definendolo «preambolo dell’Anticristo» – e contro tutti i suoi fedelissimi, fra cui lo stesso Ezzelino. Il vicario imperiale di fronte alle accuse masse dal Papa rafforza la sua fedelta all’Imperatore inviando, nel 1247, le sue milizie a sostenerlo sotto le mura di Parma. Una fedelta che non venne meno nemmeno allorquando, nel 1250, Federico II morì: Ezzelino afferma che egli era l’uomo dell’Impero, deciso a servirne la causa anche dopa il trapasso dell’Imperatore. Ma la morte del so­vrano segna l’inizio della fine della sua signoria: tutte le citta-stato della Marca si sollevarono contra di lui. Per nulla scoraggiato, Ezzelino passa a! contrattacco e avoca a se tutti i poteri dei Comuni, facendo appello alla base popolare. Ma ancor piu minaccioso gli si fece il mondo fuori dalla Marca e l ‘intero schieramento guelfo si prepara ad un’offensiva contra di lui.

“Morì dissanguato dopo aver rifiutato le cure mediche e i sacramenti, poiché dichiarò di avere una sola colpa di cui pentirsi: quella di essersi lasciato vincere e non potersi più vendicare”

Circondato dalle milizie rivali tentò di forzare il blocco sul ponte di Villanova, presso Cassano, e mentre stava per riuscirvi una freccia nemica lo colpì al piede sinistro costringendolo a fermarsi per la notte. II giorno dopo, nel tentativo di fuggire alla cattura, venne tradito dalle truppe bresciane e circondato dai suoi avversari in evidente sovran­numero. Con pochi fedelissimi provò a resistere rna, ferito al capo, venne fatto prigioniero. Portato nel castel­lo di Soncino, mantenne un fiero e sprezzante atteggiamento di distacco dallo spirito di rivalsa dei suoi nemi­ci. Nella notte del 27 settembre o del 1° ottobre 1259, chiuso in una cella, si diede la morte strappandosi via le fasciature e morendo così dissangua­to. Disdegnò l ‘assistenza del medico e il nutrimento, dopo aver già rifiutato i sacramenti, poiché dichiarò di avere una sola colpa di cui pentirsi: quella di essersi lasciato vincere e di non potersi più vendicare. Ezzelino pagò così lo scotto di essere «l’altro Fe­derico», l’uomo dell’Impero mentre l’Impero crollava e nascevano al suo posto gli Stati regionali, a cui spetta­va il futuro.

La dramnatio memoriae del Tiranno

Tanto fu odiato Ezzelino in vita, che in morte ne venne decre­tata Ia damnatio memoriae piu assoluta: furono distrutti i suoi sigilli, gli scritti e gli editti. II suo blasone venne scalpel­lato ovunque, tanto che tutt’oggi non sappiamo veramente quale fosse lo stemma araldico del Da Romano. Sul blasone di Ezzelino infatti persiste un equivoco storico (in cui incorre anche Wiki­pedia), che attribuisce al Tiranno uno stemma non suo. L’equivoco nasce nel 1779 quando l’araldista Giambattista verci attribui erroneamente a Ezzelino lo stemma di Luigi d’Ungheria che compariva nelle decorazionidei palazzi dei Carrara, nemici degli Ezzelini. L’er­rore fu chiarito da uno studioso locale,Francesco Franceschet­ti, nel 1896 sui «Giomale Araldico-Genealogico» e in seguito corroborato altre evidenze. Tutt’oggi però l’equivoco continua, tanto che i comuni di: Ro­mano d’Ezzelino (Vicenza) e San zenone degliEzzelini (Treviso) hanno nell’araldica cittadina il presunto stemma di Ezzelino. Per approfondire questo argo­mento si veda l’articolo di Patrizia Dal Zotto su: www.muradipadova.it

Senza titolo-1

 L’orrenda fine dell’ultimo Da Romano

A testimonianza del fatto che non fu solo l’odiato Ezzelino a compiere atrocita, le cro­nache ci hanno tramandato Ia spa­ventosa fine della famiglia dei Da Romano. A Ezzelino, morto senza lasciare eredi, erasoprawissuto il fratello Alberico. Nato nel 1196, .fu inizialmente un solido alleato del fratello, ma nel 1239 entro in urto con questi passando dalla parte dei guelfi e inaugurando una guerra fratricida fra i Da Romano. Scomunicato da papa Alessandro IV, alla morte del fratello nel 1259, Alberico fu cacciato da Treviso e si rifugio nel castello di San Zenone, (l’attuale San Zenone degli Ezzel­lini) con Ia famiglia. II 25 agosto 1260 le truppe guelfe di Venezia, Trento, Padova e Vicenza assediarono il maniero: così gli « Annali del Friuli» del conte Francesco di Manzano raccontano la fine di Alberi­co: «Disperato Alberico si rifuggio colla moglie e coi figli nella torre maggiore; e onde salvare almeno i suoi,diede loro licenza di render­si. Nel di 26 del mese già detto, consegnato a mani de’ vincitori Alberico con la moglie Margherita, giovane e bella, quattro figliuoli maschi (altri dicono sei) – e due figlie, fu abbandonato all’odio implacabile de’ suoi nemici. Quindi sugli occhi del vecchio padre furono fatti a pezzi i figli, nude, le­ gate a un palo, abbruciate vive Ia moglie e le due nubili figlie: e fini quest’orrida scena colla morte di Alberico, che trascinato a coda di cavallo, lacerato a brani, termino una vita, che i suoi nemici, a forza di crudeltà, trovarono la via di renderla a’posteriori oggetto di qualche compassione.

La leggenda nera (ma un povera) del «Dracula del Trevigiano»

Vite parallele, quelle di Vlad III Tepes detto Dracula (1431-1476) ed Ezzelino III da Romano: entrambi condottieri valorosi e spietati, entrambi condannati dopo la morte alla diffamazione davanti alla Storia. Di certo le loro gesta in vita avevano dato ai propagandisti delle fazioni nemiche quantità enormi di aneddoti su cui ricamare, ma molta della leggenda nera che circonda questi personaggi è dovuta alla durezza esagerata con cui i cronisti del tempo li descrissero, gli stessi cronisti disposti poi a chiudere ben più di un occhio verso le analoghe crudeltà commesse dai nemici vittoriosi dei due condottieri. Ezzelino non impalava i prigionieri, ma di lui si narrano altre atrocità spaventose: che trovasse diletto nel far cavare gli occhi ai bambini figli dei suoi nemici; che facesse murare le prigioni, le famigerate zilie, coi carcerati vivi dentro; che abbia fatto uccidere diecimila padovani in un sol giorno e infine che abbia fatto uccidere persino sua moglie, la figlia di Federico II Selvaggia di Staufen, perché sospettata di infedeltà. Il fondo storico di molte di queste accuse è in certi casi realistico: le zilie, che prendono il nome proprio del suo creatore, furono luoghi infernali di detenzione dove Ezzelino faceva internare i notabili suoi nemici. Carceri malsane e sovraffollate che apparvero ai contemporanei tanto più atroci quanto popolate di nobiluomini la cui condizione sociale avrebbe normalmente riservato arresti domiciliari o l’esilio. Le cronache tramandano che nelle zilie si moriva di «fame e di puzza», e che in esse erano stipati i nemici del Tiranno assieme alle intere loro famiglie, mentre Ezzelino faceva radere al suolo le loro case e torri. E non era infrequente che qualcuno perisse sotto tortura, come capitò al giudice Matteo d’Almeruda, morto perché «gli fu data troppa corda». E se la cifra di diecimila prigionieri uccisi in una sola volta è senz’altro esagerata, il carattere del condottiero lo dispioneva comunque a compiere imprese di ferocia leggendaria, come quando di sua iniziativa intraprese una tremenda rappresaglia nel Trevigiano alla notizia che il suo signore Federico era stato scomunicato dal Papa: nemmeno l’anatema del vicario di Cristo riusciva a far tremare la coscienza d’acciaio del Vicario dell’Imperatore.

di Andrea PERRONE                                                                               

Selezionato da Andrea CATANI



I commenti sono chiusi.