I VOLONTARI JESINI

In Ancona si costituì in pochi giorni un battaglione di 403 uomini organizzato da Filippo Caucci Molara. Ad essi  si unirono presto i volontari jesini, che il 31 marzo lasciavano la nostra città agli ordini di un capitano, il marchese Pio Ghislieri, e due tenenti, Francesco Lanari e il conte Luigi Salvoni. Erano in maggior parte lavoratori: canapini, giornalieri, orefici, falegnami, fabbri, manovali. Ai volontari di Ancona e Jesi si aggregarono poi quelli di Osimo e, insieme, sotto il comando del principe Simonetti, si diressero a tappe forzate verso la Lombardia.

A Badia Polesine, dove sostarono per un mese, i giovani jesini vennero inquadrati nel battaglione di Pesaro comandato dal maggiore De Leoni, quindi il 22 maggio proseguirono alla volta di Vicenza che gli austriaci del generale Nugent si apprestavano ad assalire per congiungersi e portare rinforzo all’esercito di Radetzky. Il giorno dopo a Vicenza jesini e pesaresi erano schierati in posizione di combattimento. Agli jesini venne affidata la difesa di una barricata fuori Porta Castello.

Era ormai notte e piovigginava quando all’improvviso, dopo cinque ore di attesa, si levò di fronte ad essi, a pochi passi dalla barricata, un grido: Viva Pio IX!  Erano dunque altri volontari quelli che si erano avvicinati alla postazione col favore delle tenebre? Viva Pio IX era il grido di battaglia di chi combatteva gli austriaci. Dietro quel grido, però la notte del 23 maggio del 1848 per i volontari della della barricata di Porta Castello si nascondeva l’insidia, perché fu subito seguito da una violenta scarica di fucileria da parte di un’orda di Croati che avanzatisi erano in silenzio ed avevano gridato Viva Pio IX! per ingannare i difensori.

I PRIMI CADUTI

La reazione degli Italiani fu però immediata e la battaglia infuriò, sanguinosa, fino al giorno seguente. Dopo undici ore di fuoco, pesaresi e jesini ebbero ragione del nemico che,  respinto e inseguito, fu costretto a ritirarsi in disordine verso Verona, lasciando sul terreno parecchi morti e feriti, oltre a numerosi prigionieri e ad un discreto bottino di armi.  Anche le perdite degli Italiani furono notevoli e tra i caduti quattro jesini, colpiti a morte al loro primo combattimento: Vincenzo Favi, Vincenzo Fileni, Giacomo Guerri e Francesco Laner. Dopo il combattimento di Vicenza, il battaglione fu trasferito a Treviso, dove passò agli ordini del colonnello Livio Zambeccari.
Poi le cose si misero male per Carlo Alberto, abbandonato dagli stati che sulle prime lo avevano appoggiato nella guerra contro l’Austria. Nello Stato Pontificio tornò al clima e alle restrizioni precedenti l’epoca delle riforme concesse da Pio IX. A Jesi il 21 giugno si cantava in duomo un Te Deum di ringraziamento per la restaurazione del dominio pontificio.
Nei primi giorni di luglio fece ritorno a Jesi la compagnia dei volontari che avevano combattuto a Vicenza. Il 21 agosto il Consiglio Comunale deliberava di concedere un contributo mensile alle famiglie dei quattro giovani caduti a Porta Castello.

 



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