LA BATTAGLIA di PASTRENGO

L’avanzata oltre il Mincio e la grande manovra del Generale De Sonnaz.

La battaglia di Pastrengo si svolse quando il Re Carlo Alberto, lanciò il II Corpo d’armata dell’esercito sardo all’assalto delle posizioni che l’esercito austriaco del feldmaresciallo Radetzky teneva sulla riva destra dell’Adige, poco a nord di Verona.

Il 13 aprile cominciò l’assedio alla fortezza di Peschiera sul Garda. Il 26 il grosso dell’armata sarda, passò il Mincio sui tre ponti conquistati due settimane prima, con movimento verso nord-est. Più a sud il I Corpo d’Armata di Bava entrò da Valeggio ed avanzò attraverso Custoza e Sommacampagna, attestandosi a Sona; più a nord il II di De Sonnaz passò a Monzambano, avanzò sino a Castelnuovo del Garda, poi liberò, combattendo, Colà e Sandrà, il 28-29 aprile.

L’armata sarda era disposta, sulla sinistra a Peschiera del Garda e, di fronte, sulla linea Pacengo – Colà – Cavalcaselle – Sandrà – Palazzolo – Sona. Carlo Alberto pose il proprio quartier generale a Sommacampagna. La divisione di riserva restò dietro, fra Oliosi e Sommacampagna, a guardare da tergo l’armata.

L’obiettivo dell’avanzata era essenzialmente tagliare le comunicazioni della fortezza di Peschiera assediata con Verona. Per far questo, era però necessario sgombrare le forti posizioni che Radetzky aveva organizzato sui colli di Bussolengo e Pastrengo, giusto ad occidente dell’Adige, a monte di Verona.

Queste posizioni avevano l’importante funzione di proteggere la strada che, sulla riva sinistra dell’Adige, collegava Verona a Trento e quindi il Tirolo. Tale strada, assai più di Peschiera, era esiziale alla tenuta di Verona, che a sua volta diventava chiave di volta dei domini austriaci nel Lombardo-Veneto.

Già l’11 aprile, un gruppo di 450 volontari lombardi, staccati dalla colonna Manara al seguito dell’Armata Sarda, avevano attraversato il Garda su battelli a vapore e, agendo in totale sorpresa, occuparono il borgo di Castelnuovo del Garda, sulla strada che collegava le due fortezze di Peschiera a Verona mettendo in crisi l’intero dispositivo austriaco. Radetzky parò il colpo, inviando 2.500 uomini, con cavalleria ed artiglieria al seguito. Cannoneggiato ferocemente il borgo, ne scacciarono con lo scontro di Castelnuovo, i volontari. Questi non vennero inseguiti dalla cavalleria austriaca, che preferì invece infierire sullo sciagurato borgo saccheggiandolo, e lasciando decine di morti fra la popolazione inerme.

In ogni caso, alla notizia del passaggio in forze del Mincio da parte delle truppe piemontesi di Carlo Alberto, Radetzky aveva staccato altri tre battaglioni per ciascuna delle due colline ed ordinato, un contrattacco contro Colà, Sandrà e Santa Giustina, affidato al generale maggiore Wilhelm Thurn-Taxis, dell’omonima brigata, ma respinto il giorno 29 aprile dal II Corpo d’Armata del Generale De Sonnaz.

Diversi quindi, gli intendimenti di Carlo Alberto e Radetzky, ma, sia pur per ragioni opposte, entrambi giudicavano le colline di Bussolengo e Pastrengo di assoluta importanza tattica.

Così la sera del 29, Carlo Alberto avuta notizia dell’attacco sventato dal De Sonnaz, gli conferì l’incarico di spazzare le due colline con il suo Corpo d’Armata.

De Sonnaz che disponeva di circa 14.000 uomini e 36 cannoni, suddivise queste forze su tre colonne:

Sulla sinistra la Brigata Piemonte (oltre al Corpo dei volontari piacentini, una Compagnia Bersaglieri ed una Batteria da battaglia), affidata a Federici, con movimento da Colà, sulla destra austriaca, verso le alture di Colombare, per, assalire da quelle posizioni l’abitato di Pastrengo, per tagliare quindi la ritirata dell’avversario verso il ponte sull’Adige a Sega;

Al centro la divisione Duca di Savoia (Brigata Cuneo, 16º Reggimento Fanteria, una batteria da campagna, il piccolo esercito parmense con la sua relativa artiglieria), guidata dal Principe ereditario Vittorio Emanuele, con movimento frontale, attraverso Sandrà e il vallone del Tione, quindi passare per Bagnol e Monte le Bionde, per congiungersi con Federici ed assalire Pastrengo;

Sulla destra, la divisione Broglia (Brigata Savoia, due compagnie di bersaglieri, una Batteria d’assedio), con movimento da Palazzolo verso l’Osteria Nuova fino ai piedi del colle di San Martino; assalirlo, superarlo per portarsi, poi, su Bussolengo.

Si aggiungeva la riserva, composta dalla Brigata Regina e dal Savoia Cavalleria, a Sandrà e il reggimento del Novara Cavalleria, ad Osteria dei Bosco, sotto Pastrengo.

Non tutto andò per il meglio e come previsto, Federici avanzò sino a Saline, raggiunta alle 10:30, ove ricevette ordine di ritardare il movimento, in quanto la colonna guidata da Vittorio Emanuele, sotto un violento fuoco di interdizione attraversava lentamente una zona acquitrinosa del Tione, nella zona di Mirandola.

Nelle due ore successive, il movimento riprese comunque su tutto il fronte: Federici si schierò sulle posizioni assegnate ed aprì il fuoco sulla destra austriaca, sgombrando gli austriaci dal Monte delle Brocche, portandosi sino alle Costiere; Vittorio Emanuele uscito finalmente dal pantano del Tione, venne accolto dal violento fuoco austriaco proveniente dalle posizioni dominanti del monte Le Bionde. Riusci comunque a raggiungere Monte Bolega, avvicinandosi a Bagnol, costringendo l’artiglieria austriaca a ripiegare, lasciando scoperta la fanteria.

Anche la Divisione di Broglia, giunta allo scoperto fuori dalle colline, venne preso d’infilata dall’artiglieria austriaca, ma raggiunse ugualmente la sua posizione presso l’Osteria Nuova e prese a salire il colle di San Martino, seguito, a distanza, dal Novara Cavalleria.

L’intera azione era seguita con apprensione da Re Carlo Alberto, che si muoveva di collina in collina, seguito dal primo ministro Cesare Balbo, dal Ministro della Guerra Antonio Franzini e dalla scorta di 280 carabinieri a cavallo (tre squadroni), in uniforme di parata, guidati dal Generale Conte di San Front.All’alba si era portato, insieme ai figli Vittorio Emanuele e Ferdinando di Savoia, presso Villa Belvedere, in vetta alla collina del borgo di Palazzolo, oggi comune di Sona, in direzione di Bussolengo per avere una panoramica dell’intero campo. Verso le 14.00 si era poi spostato sulla collina della Mirandola, a cavallo tra la linea di avanzata di Federici e quella del figlio Vittorio Emanuele. Di lì aveva osservato l’impantanamento al Tione ed aveva raggiunto le truppe, incitandole a proseguire il movimento. Dopo di che aveva osservato la felice prosecuzione del centro e della sinistra, e si era portato verso la destra nel settore di Broglia. Come punto di osservazione aveva scelto la collina di Vallena e, di lì, si era portato verso il colle de Le Bionde.

A metà strada, una dozzina di Carabinieri con compiti di scorta personale e di avanguardia del Re Carlo Alberto e del suo Stato Maggiore, si imbatterono nell’improvvisa azione di fuoco di una unità nemica. Il maggiore Alessandro Negri di San Front che seguiva a distanza i movimenti del Sovrano e del suo corteo, temendo per la sua incolumità personale a causa dell’eccessiva ed improvvisa vicinanza del nemico reagì rapidamente, d’iniziativa e senza indugio alcuno: ordinò la carica, nota poi come la Carica di Pastrengo che trascinò lo stesso Carlo Alberto ed il suo corteo. La carica ruppe e spazzò il nemico dal colle Le Bionde. Contemporaneamente si mosse Broglia, che mandò in supporto i Cacciatori delle Guardie, saliti da Osteria Nuova, mentre il 1º Reggimento di Fanteria aggredì monte San Martino ed entrò in Pastrengo dalla parte del cimitero, raggiunta al centro dalla fanteria di Vittorio Emanuele, scesa da Monte Bolega, mentre, sulla sinistra il Federici lanciò la brigata Piemonte oltre le Costiere, verso le posizioni austriache a Piovezzano.

Il comandante austriaco Wocher (che sulla collina di Pastrengo aveva una divisione di 7.000 uomini) tenne, per quanto possibile, il paese, lanciando anche la cavalleria in una controcarica di alleggerimento. Ma, ormai, le posizioni erano compromesse e l’obiettivo divenne “difensivo”, cercando di tenere aperto un varco per il ripiegamento generale verso Verona.

Il ripiegamento austriaco avvenne verso le 18.30, quando le truppe sbandate attraversarono l’Adige, in disordine, sui ponti di barche gettati a Ponton (poco a nord di Pastrengo e Piovezzano).

Restava un battaglione austriaco a Bussolengo, che l’indomani, 1º maggio, all’apparire di un nutrito squadrone di carabinieri, si ritirò rapido attraverso il ponte di barche gettato a Pescantina (subito sotto Bussolengo).

In quella stessa mattina, mentre iniziava l’attacco di Pastrengo e Bussolengo, Radetzky aveva comandato una azione di alleggerimento più a sud, sul fianco destro della linea sarda, lanciando una piccola colonna di 3.000 croati su Sona e Sommacampagna, ma era stato respinto dalla Brigata Aosta del Sommariva.

Stessa sorte aveva avuto una sortita della guarnigione di Peschiera, non coordinata ma con i medesimi intenti di alleggerimento.

La giornata quindi, dopo cinque ore di combattimento, volge al termine. Poche erano le perdite piemontesi, ingenti quelle austriache. Wocher lasciò sul terreno 1.200 uomini tra morti e feriti e 500 prigionieri, ma avrebbe potuto riportare una sconfitta ancora maggiore, se i piemontesi avessero saputo sfruttare il momento propizio nell’ora della fuga austriaca.

Per inesperienza e forse per troppa prudenza Re Carlo Alberto, commise l’errore di non inseguire con decisione il nemico, impedendo il passaggio dell’Adige, che si trovava in campo totalmente scoperto.

Superando i ponti ed interrompendo la via dell’Adige poi, così come aveva fatto con quella di Peschiera, avrebbe riportato una vittoria maggiore. Si preferì, invece, operare una ricognizione direttamente su Verona, probabilmente perché si sperava in una sollevazione generale della città.

In questa manovra comunque vennero destinate forze eccessive, tanto da farne un vero e proprio attacco, dal quale scaturì la vittoria successiva di Santa Lucia.

Occorre tener presente che l’esercito piemontese era una piccola frazione di quello austriaco, e che si stava muovendo a 200 km dai propri accantonamenti in territorio nemico.



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