QUANDO IL MEDICO ERA UN PO’ MAGO

di Giovanni Filosa

 Mi aveva fatto una strana impressione, visto con abiti medievali a discettar di rogna e simil lordure (scusate la citazione), accompagnato da due “figuranti” che lo assecondavano come se fosse un ciarlatano in calore. O in crisi  d’astinenza scientifica. Ma lui no, è andato avanti senza imbrecciarsi mai e il pubblico del Congresso Medico dedicato alla dermatologia lo ha capito. Ha capito che non diceva cavolate quel signore con accento tardo romagnolo ma misto Jesi, che parlava seriamente di un periodo, più o meno buio, in cui i medici come lui erano presi imbroglioni e magari, come si vede e si sente ne “L’elisir d’amore”, avevano anche una bella parte in apertura di serata mondana. Foto_2
Roberto Magnani è un medico dentista, ma è anche omeopata e naturopata, tutta roba che finisce in “opata” e che fa tanto scienziato, è stato ginecologo ed esercita, anche sui suoi pazienti, ma con giudizio, l’arte dell’ipnosi.
Infine, quando non ne può più dell’ambulatorio/studio, se ne va ad arricchire l’inclito e il volgo per l’Italia, calandosi nei panni del medico attraverso duemila anni di storia. Insomma, uno spettacolo che arricchisce quei momenti statici che sono i congressi.
Ci sono diplomi sparsi in tutta la stanza, mi guardo in giro e mi rendo conto che potrei mettermi disteso sul lettino e farmi accendere la lampadina dell’ipnosi, tante sono le cose da dire.

Chissà, butto la, se incominciamo con Sim Sala Bim, che ne dici?

Mi guarda torvo ed io volgo lo sguardo, non si sa mai.

«L’ipnosi non è quella che purtroppo qualcuno intende, quella da baraccone, tipo tu schiavo e io padrone, è una cosa seria, l’approccio è diverso, io parlo col paziente e gli dico qualcosa che suona come “a me gli occhi, io ti rassereno” e lavoro sul tuo respiro e sulla tua rilassatezza”. In sostanza, alla fine io stimolo l’inconscio a rielaborare certe patologie. Quello per l’ipnosi è stato un innamoramento che dura sin dai tempi della scuola, qualche volta la uso anche per rilassare i  miei pazienti, quando intervengo sui loro denti, ma non è, sia chiaro, che gli faccio passare il dolore. Gli do quella calma che li fa stare meglio».

D’accordo, ma una cosa è esercitare un’altra è esibirsi, scusami il termine, nelle vesti di medico di secoli lontani…

«Non è vero, girare per l’Italia e raccontare la medicina di una volta, dal medioevo o giù di lì, di quando non esisteva la chimica, non rappresenta altro che una ricerca personale, perché mi ha sempre attratto la storia della medicina, soprattutto quella naturale. Guardati in giro, ti accorgi che il bello è che oggi i farmaci naturali ancora vengono usati. Questo è il mio modo di presentare, raffrontare la medicina oggi, è la soddisfazione di vedere quanto le persone sono interessate e diciamocelo, anche quello di mettermi in gioco».

C’è grande distanza fra la medicina che racconti e quella odierna?

«Nella scienza c’è un abisso, in quanto a distanza. Dal punto di vista del rapporto con le persone, invece non mi pare molto. Una volta c’era un bel rapporto fra medico e malato, cosi come oggi. Al tempo di Ippocrate, si alzava un alone di magia intorno alla figura del medico, che veniva visto sotto un’aura magica, erano le persone che gestivano la salute, in pratica in grado di guarire, qualcuno li considerava quasi stregoni, cui devi la vita, anche se spesso si cadeva nell’esasperazione della presenza dei ciarlatani, che non sapevano nulla di medicina.
C’era chi passava nei mercati, si spacciava per medico, spandeva unguenti. Federico II, per contrastare queste figure e per abolire i praticoni, aveva obbligato lo studio approfondito della medicina. Bisogna tagliare dove si può curare, si diceva, c’erano sanzioni molto pesanti al tempo della scuola di Salerno. E gli studi erano duri e lunghi. Alla fine si conseguiva
l’ars medendi atque praticandi, cioè si poteva esercitare la professione. Pensa che le cure dei poveri erano gratis, in sostanza c’era un tipo di assistenzialismo ante litteram.
Vuoi sapere un’altra cosa? Il medico non doveva avere neppure il più piccolo rapporto commerciale con chi produceva farmaci, e nemmeno i suoi familiari. Chiamiamolo conflitto d’interessi e ci rendiamo conto che non abbiamo inventato niente, anzi sai che? Abbiamo dimenticato»

Hai una fiducia sconfinata nelle erbe?

«La farmacologia è nata dall’alchimia, dallo studio delle sostanze naturali, da sintesi diverse, per cui come fai a non avere fiducia?»

Dove ti trasferiresti con la famosa macchina del tempo?

«Al tempo di Ippocrate, senza dubbio. Al tempo di Esculapio ad Epidauro, quando i sonni ipnotici portavano alla guarigione. Così come mi vedo tra gli Egizi, immaginami vicino a qualche Faraone…pensa che divertimento! Poi se penso al Nome della Rosa, vado in sollucchero, non ne parliamo, il medico medievale mi affascina, pensa preparare i farmaci, raccogliere le erbe, con tutta la cultura che c’era dietro, il latino, i filosofi. Ahi, quella si che era una medicina sana!»

E nei convegni ti cali, travestendoti, nel periodo che preferisci…

«Divento a seconda, medico medievale, cinquecentesco, seicentesco, ottocentesco e risorgimentale. In questi giorni in Veneto, sono addirittura diventato un medico austro ungarico! Mi rendo conto che dovrei sviluppare meglio l’oggi. Seguo un gruppo che si chiama Tabularasa, che si occupa di rievocazioni storiche europee, che opera a regola d’arte, sono l’unico medico effettivo e cerco di essere preciso dal punto di vista storico. Che tu ci creda o meno, non sono mai accolto con ironia dalla platea, forse solo inizialmente, ma poi quando si accorgono che dietro c’è una preparazione approfondita, alla fine li vedo tutti interessati».

Che emergono dai tuoi travestimenti, da i tuoi libri autenticamente antichi. Ma serve una preparazione lunga per ogni convegno?

«Confesso che ormai conosco bene gli argomenti, per il Convegno di Dermatologia tenuto recentemente ho sviluppato argomenti e ricette effettive della dermatologia medievale. E avessi visto come mi seguivano!»

Quale tra le erbe ti affascina maggiormente?

«Molte ma quella che mi incanta sempre è la mandragola, che oggi non si usa più, è pericolosa, ma è bello pensare alla raccolta della mandragola, una pianta talmente viva che quando viene raccolta urla, (leggetevi il libro di Dennis Hamley, terrificante n.d.r.), immaginati il fitoterapeuta che va a raccoglierla, si mette una cera nelle orecchie per non sentire, tiene il suo cane nero a digiuno per tre giorni, gli lega la coda alla pianta, poi getta una bistecca, il cane incomincia a correre per mangiare e strappa, al contempo, la pianta della mandragola che emette un urlo umano, il cane muore e il fitoterapeuta può raccogliere la pianta e addirittura vedere se è maschio o femmina. E’ o no entusiasmante?»

Addirittura ha un sesso! Ma anche le cose sue?

«Si, e questo non è uno scherzo, la mandragola è una pianta bellissima, e viva, in ogni senso».

Un’erba adatta ai nostri politici. Quale consiglieresti?

«La teriaca magna, un toccasana (chi vuole, se la vada a cercare n.d.r.)».

Poi mi guarda con gli occhi… ipnotizzanti. Che gli avrò detto mai!?



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